venerdì

LOTTA ALLO SMOG.

da L'Arena 24 ottobre 2008
LOTTA ALLO SMOG. Le ha elaborate il Dipartimento per migliorare la qualità dell'aria Dal parco alle bici, 8 proposte per una città più «pulita»Torna l'idea del polmone verde al posto dello scalo merci. Priorità a una vera rete di trasporti di massa

Per contrastare efficacemente l'inquinamento atmosferico, causa di numerose patologie, il Dipartimento di prevenzione dell'Ulss 20 ha elaborato otto proposte di miglioramento della qualità dell'aria a Verona. Si parte con il risparmio energetico che costituisce la possibilità più rilevante e particabile di ridurre il consumo di combustibili fossili in città e diminuire così l'inquinamento aereo e la spesa economica di gestione per il riscaldamento e il raffreddamento urbano, adottando nuovi standard edilizi.
La seconda proposta riguarda, a questo proposito, lo sfruttamento di fonti geotermiche mentre il terzo punto approfondisce il tema della metanizzazione degli automezzi.
In particolare si fa notare che a Bolzano è stata promossa la distribuzione di minicompressori per il rifornimento di metano per l'autotrazione privata, cosa ora impossibile in Veneto per un problema legislativo di accise. Ma perchè non cambiare la normativa come è stato fatto in Trentino Alto Adige?
La quarta proposta si riferisce ai grandi attrattori di traffico: scuole, nuovi insediamenti, uffici e centri commerciali vanno allontanati dal centro e collegati ad esso con uan rete efficiente di mezzi pubblici.
La quinta proposta riguarda la realizzazione di un grande parco urbano nel vasto parco merci ferroviario retrostante la stazione di Porta Nuova, con percorsi ciclabili e pedonali.
Il sesto punto propone la sperimentazione di un quartiere periferico da organizzare insieme alla popolazione interessata per rimodellarne la mobilità in modo da favorire l'individuazione di punti di aggregazione e di sviluppo di una mobilità alternativa ai mezzi privati.
Settima proposta: l'uso delle biciclette come mezzo di locomozione in città ma con la creazione di una rete organica di percorsi ciclabili dedicati che connetta tutto l'abitato. L'ottava proposta parla di un capace sistema di trasporto pubblico di massa che deve costituire lo scheletro portante attorno al quale sviluppare tutti i precedenti punti.
Verona, precisa il documento, «sconta un forte ritardo anche nei confronti di città limitrofe e anche di centri europei».
E.C.

giovedì

Datemi un secchio per vomitare....


Una buona notizia: a Modugno, vicino a Bari, è stato sequestrato

l'inceneritore della Marcegaglia anche grazie a un esposto dei ragazzi del Meetup Bari 2. E' una grande vittoria per la salute dei pugliesi. Una sconfitta per i politici e per i confindustriali assistiti dallo Stato.

In materia di ambiente ognuno ha i ministri che si merita, ma noi abbiamo esagerato. Due dichiarazioni da far gelare il sangue a Dracula:- Stefania Prestigiacomo, ministro dell'Ambiente: "Stiamo andandomalissimo su Kyoto. Abbiamo un trend di crescita delle emissioni del 13% invece di una diminuzione del 6,5%. Ma anche qui... ha senso che ci si faccia carico noi dell'inquinamento del mondo quando a sfilarsi da Kyoto sono stati Paesi come gli Stati Uniti...?"- Renato Brunetta, ministro per la PA e l'Innovazione, sulla riduzione delle emissioni inquinanti: "L'Europa ha poco da bacchettare perché 20-20-20 (20% in più di efficienza energetica, 20% in meno di emissioni inquinanti e il 20% di energia tratta da fonti rinnovabili entro il 2020,ndr) è una follia. Per le imprese e per i Paesi... è una follia soprattutto per un Paese manifatturiero come l'Italia che ha un'intensità e una densità di imprese superiore alla media europea perché il nostro Paese trarrebbe svantaggi". Ma ha poi ha aggiunto, rassicurante: "Noi vogliamo un ambiente pulito. Vogliamo controlli di tipo ambientale che non uccidano le nostre imprese e le nostre famiglie".

Datemi un secchio per vomitare...

Beppe Grillo

Mariastella Gelmini vuole abrogare l'Università pubblica


Mariastella Gelmini vuole abrogare l'Università pubblica, il movimento può abrogare la Legge 133, raccogliamo nelle Università le firme per un referendum

Oggi il capo del governo, Silvio Berlusconi, in conferenza stampa con Mariastella Gelmini, ha dichiarato che manderà la polizia a sgomberare scuole e facoltà universitarie occupate.
Intanto nelle Università la protesta si rafforza, ma non emerge una strategia che dovrebbe puntare al cuore del problema: l'abrogazione della Legge 133.
di Gennaro Carotenuto
Anche se non fosse stato capo del governo, ma Ministro dell'Interno, Berlusconi non avrebbe comunque avuto facoltà di mandare la Polizia nelle Università e nelle scuole occupate. A chi spetta valutare se le occupazioni interrompono o meno pubblici servizi sono infatti i responsabili delle strutture, i presidi delle scuole e delle Facoltà, i Rettori, che sono le persone che hanno materialmente le chiavi.
Questi, caso per caso, a meno di non configurare un reato associativo tra un Liceo di Prato e una Facoltà di Torino o Messina, possono chiedere o meno (in genere dopo aver trattato, gli occupanti non sono marziani né militanti di Al Qaeda) l'intervento della forza pubblica. Berlusconi tutto questo non lo sa o finge di non saperlo. E se forzerà la mano, ordinando sgomberi, configurerà una rottura dello Stato di diritto pari o più grave di quella del G8 di Genova, della Diaz e di Bolzaneto.
E' difficile credere che Berlusconi, per piegare le università, stia pensando ad una "notte dei lunghi bastoni", come quella del dittatore argentino Juan Carlos Onganía, che il 29 luglio 1966 fece assaltare le Università dall'esercito per revocare l'autonomia delle stesse, chiudendole per un anno e costringendo centinaia tra i più prestigiosi docenti all'esilio. Ma è evidente che Berlusconi voglia alzare il livello dello scontro con il mondo accademico e scolastico.
Vuole mostrarsi forte e decisionista, non è disposto a trattare con nessuno su nulla e vuole uccidere sul nascere un movimento che può essere più di una febbriciattola che potrebbe mettere fine a questa ridicola luna di miele col paese. La campagna mediatica di demonizzazione del mondo della scuola e dell'università dura da mesi. Viene dipinto come un mondo di fannulloni, raccomandati, improduttivi, impreparati, strapagati. Non ci vuol nulla a criminalizzare il movimento degli studenti aggiungendo l'accusa di terrorismo.
Intanto il movimento contro l'affossamento dell'Università da parte del governo è oggettivamente un segnale di vita della società civile italiana. Siano benedette le manifestazioni, le occupazioni, le lezioni in piazza e la presa di coscienza che senza investire nell'Università pubblica non c'è mobilità sociale possibile in quello che è diventato uno dei paesi più diseguali al mondo. Per gli studenti di classe medio-bassa non c'è alcun futuro possibile senza un'Università pubblica, gratuita o facilmente accessibile e di buona qualità.
Tuttavia per il movimento nascente è necessario analizzare alcuni punti chiave e avere un obbiettivo chiaro. La 133 è Legge dello Stato e non è prevedibile un ammorbidimento della stessa come da molte parti si auspica. Soprattutto, da dentro l'accademia, sembra sussistere un partito della trattativa tendente a mitigare il blocco del turn-over, ovvero un palliativo tutto interno nell'attesa che la bufera passi. E' evidente però che:
1) il governo ha segnato un punto fondamentale con l'approvazione surrettizia ma pienamente legale del decreto il 25 giugno, convertito poi in legge il 6 agosto, nell'ignoranza della società civile e nell'ignavia del mondo politico e accademico evidentemente in vacanza. In queste condizioni il governo non ha motivo di trattare su nulla.
2) Scopo del governo e della Legge 133 non è in nessun punto riformare l'Università. La legge non riforma in nessun punto né i concorsi, né il reclutamento, né l'ordinamento didattico. In nessun punto si riducono i privilegi dei baroni né si moralizza il funzionamento degli atenei. Come per la chiusura delle SSIS si taglia per tagliare, senza alcun progetto alternativo e non vi è nulla che favorisca criteri meritocratici. Anzi! Nemmeno privatizza, già che la trasformazione in Fondazioni è una possibilità sufficientemente remota in questi tempi di penuria. L'unica cosa che vuol fare il governo con la Legge 133 è fare cassa.
3) Le conseguenze di questo fare cassa sono molteplici: lo sganciamento dell'Italia dal treno dei paesi più avanzati e la fine dell'Università pubblica come strumento di perequazione e mobilità sociale. Inoltre la riduzione all'inedia dell'Università pubblica (ci sarà una ragione perché in nessun altro paese al mondo si taglia) vede l'autonomia di questa abbattuta con un sostanziale commissariamento ministeriale dell'intero mondo dell'Università.
Pertanto, in queste condizioni, al movimento, alla CRUI, ai docenti, ai ricercatori, agli studenti, al personale tecnico-amministrativo non resta che lottare per l'abrogazione totale della Legge 133.
In questo paese vige ancora l'istituto del Referendum popolare abrogativo. Trasformiamo occupazioni, autogestioni, assemblee, lezioni in piazza nel momento della raccolta di firme per abrogare la Legge e per un grande dibattito nazionale sull'Università che vogliamo che non è né l'esistente né quella della Gelmini.
Solo le firme raccolte per il Referendum abrogativo dell'intera Legge 133 saranno il gol dell'1-1 segnato dalla società civile e obbligheranno il governo a trattare. Animo!
Giornalismo partecipativo

Il 25 tutti in piazza, anche per il clima

di Paolo Cento
L'intervento di Roberto della Seta sull'anima verde del Pd, pubblicato nei giorni scorsi dal vostro giornale, ci consente di fare alcune riflessioni e considerazioni. Non è utile, in questa fase continuare a rinfacciarsi colpe che, nella maggior parte dei casi siamo certi di non avere. Valga da esempio quanto è accaduto a Napoli qualche giorno fa, dove, a fronte delle tante accuse ai Verdi, l'inchiesta sui disordini per bloccare la discarica di Pianura ha portato all'arresto non di qualche estremista verde ma di un assessore del Partito Democratico e di un consigliere di Alleanza Nazionale. Più che guardare al passato, ci interessa ragionare sul come rilanciare la proposta degli ecologisti in Italia. Di sicuro l'ambiente non è tra le priorità di questo governo che sta cancellando vent'anni di battaglie e conquiste. La crisi finanziaria, che sta scuotendo il mondo intero, rischia di produrre un pesante allentamento dei vincoli ecologici, facendo arretrare, innanzitutto, la consapevolezza della necessità di un intervento sui cambiamenti climatici. Quello che sta accadendo in questi giorni a Bruxelles e la decisione di rinviare le conseguenze operative del pacchetto clima ed energia della Ue, proprio su richiesta del presidente Berlusconi, ci conferma quanto questo rischio sia attuale: in nome della crescita economica, come alternativa alla recessione, prevalgono, infatti, gli interessi della parte più retriva di Confindustria su quelli più generali della riduzione delle emissioni di gas serra. Proprio la crisi economia e finanziaria è invece un'occasione per ripensare il modello economico e la qualità dello sviluppo e della crescita che può, e deve, essere affrontata in chiave ecologica intervenendo sui consumi, sulle merci e sui servizi prodotti, sul sistema energetico e di conseguenza sulle modalità dei trasporti. D'altra parte nelle due finanziarie dell'ultimo governo di centrosinistra, grazie al ruolo dei Verdi in Parlamento, sono stati adottati provvedimenti strategici per oltre un miliardo di euro nel campo ambientale con positive conseguenze nel campo economico: investimenti nel settore delle rinnovabili, della mobilità sostenibile, della riforestazione, dell'efficienza e del risparmio energetico nel campo dell'edilizia. Grazie a questi interventi oggi il settore dell'industria solare sta recuperando un ritardo storico inaccettabile, favorendo un importante incremento dell'occupazione nelle nuove "professioni verdi". Per non parlare del grandissimo contributo che nello scorso biennio abbiamo assicurato allo sviluppo di un'agricoltura di qualità, determinando con i nostri emendamenti scelte assolutamente qualificanti per il nostro settore primario: dall'agricoltura biologica all'etichettatura passando per il piano irriguo nazionale e le agro-energie sostenibili. Altro che partito del no. La nostra sfida, rilanciata anche dal Congresso di luglio è quella di essere una forza politica della proposta, consapevole che la questione ecologica, proprio nel suo intreccio con l'economia, è talmente rilevante da non poter essere rinchiusa solo nel nostro ambito. Certo, la cultura tradizionale della sinistra da una parte e la stessa proposta programmatica del Pd ci continuano a far pensare che senza i Verdi le ragioni dell'ecologia sono più deboli, se non addirittura oscurate nel confronto politico: basta prendere come ultimo esempio quanto accaduto per l'Agenzia sul nucleare dove all'astensione, assolutamente non condivisibile del Partito Democratico, è corrisposta anche una totale sottovalutazione della volontà nuclearista del governo di centrodestra. È di questi contenuti che vogliamo discutere anche con il Partito Democratico, come abbiamo cominciato a fare anche nell'ultimo incontro con Walter Veltroni. La stessa nostra decisione di essere presenti alla manifestazione del 25 ottobre, forti dei contenuti e del successo della manifestazione dell'11, di cui insieme agli altre forze della sinistra siamo stati promotori, è coerente con questa volontà e necessità di confronto. D'altra parte proprio al nostro congresso abbiamo ragionato sulla necessità di realizzare rapidamente una grande assise di tutti gli ecologisti italiani, per rielaborare e rilanciare le ragioni dell'ecologismo che, partendo da quel "Patto per il clima" lanciato a Genova e sottoscritto da premi Nobel e diverse migliaia di cittadini, ci obbligano a parlare di economia sostenibile, futuro energetico, modello "altro" di sviluppo. Verdi

lunedì

Stasera allo show di Grillo c'è il comitato antitraforo.

I cittadini contrari all'opera consegneranno una lettera al comico genovese. L'anno scorso all'Arena il presidente Sperotto fu ospitato all'interno dello spettacolo Reset .
Quest'anno? ne vedremo delle belle!
uno striscione voluto da Beppe Grillo contro il traforo delle torricelle.

Marco Sedda
■ Stasera al palasport Beppe Grillo presenta lo show “Delirio”.
La notizia sarebbe da relegare nelle pagine degli spettacoli se non fosse che da tempo la politica, pur tra (amare) risate, è entrata nel repertorio del comico genovese. Prima che salga sul palco, il “Comitato di cittadini contro il collegamento autostradale delle Torricelle” consegnerà a Grillo una lettera. Il presidente del Comitato Alberto Sperotto ricorda che «nei suoi spettacoli non ha mai perso occasione di parlare del traforo in Arena ha detto chi semina parcheggi e trafori raccoglie solo code e traffico e al Palasport ha dato 5 minuti di spazio al comitato per il proprio Reset diffuso poi sul sito youtube». Dunque è possibile che anche questa volta Beppe Grillo faccia salire sul palco Sperotto per dargli microfono e visibilità. «Questa giunta è sempre più determinata a continuare con parcheggi e trafori - scrive Sperotto - e “non sarà un albero o un sasso” (parole di Tosi) a fermarli». Nella lettera ricorda che «da due settimane e finché non riceveremo risposta a una lettera inviata al sindaco saremo in piazza Bra imbavagliati ogni giovedì dalle 18 alle 19 perché chiediamo di essere inseriti nella commissione di valutazione delle proposte (la legge lo prevede) perché vogliamo dire la nostra». Sperotto riassume i contenuti della lettera inviata a Tosi «Chiediamo che i tre progetti (presentati da tre associazioni temporanee d'impresa che hanno inviato al Comune la loro proposta per realizzare e gestire la circonvallazione, ndr) siano valutati secondo questi criteri: sanitario (con esperti di patologie collegate alle polveri sottili nanopolveri), sociale (vogliamo esserci noi che ci occupiamo dell'argomento da anni), urbanistico, ambientale e tecnico». Sperotto chiede «che le cose vengano fatte rispettando soprattutto gli interessi dei cittadini e non... altri interessi che sono sempre più palesi». Il Comitato ricorda che rappresenta almeno 14 mila cittadini, quanti «hanno sottoscritto una petizione contro l'opera faraonica che l'ha definita il sindaco un'altra autostrada, sarebbe la terza per Verona, che passa a 2 chilometri dall'Arena, con 20 milioni di veicoli di cui di camion, attraversa 8 quartieri cittadini densamente popolati, con scuole, asili, centri sportivi e tanta gente, nella città più inquinata della Pianura padana che è tra le zone più inquinate del mondo». La lettera si conclude con uno slogan che è anche una richiesta d'aiuto «Dacci una mano che la fermiamo. Dillo tu, Beppe. Dà voce alla nostra voce». Stasera se ne sentiranno delle belle e all'assessore Corsi e al sindaco Tosi fischieranno le orecchie.

domenica

Questa volta il nemico è l’insegnante meridionale (e la scuola al Sud è un miracolo)

Forse non è il caso di scomodare Adolph Hitler ed il nazionalismo estremo del XX secolo che, nell’individuare in una minoranza interna (in quel caso con l’antisemitismo) il nemico, il problema della modernità, il piombo nelle ali di una società in crisi, giunse a teorizzare e realizzare il genocidio.
Forse non è il caso di rammentare il fascismo, come fa perfino Famiglia Cristiana, per commentare le uscite della carneade Mariastella Gelmini contro gli insegnanti meridionali che una volta di più nascondono quanto di grave si sta per abbattere sul paese, quel federalismo contro il quale è necessario opporsi.
Una volta di più, l’infantile idiosincrasia non solo italiana dell’individuare un diverso, inferiore, al quale dar la colpa di colpe proprie, emerge come l’essenza di quel concentrato di grettezza, opportunismo, luoghi comuni, egoismo, vigliaccheria, rapacità, arretratezza mascherata da modernità, che è alla base dell’ideologia che per comodità chiamiamo berlusconismo.
Berlusconismo che si conforma su due ali. Da una parte vi è quella leghista, che è la variante più gretta e recessiva, fatta di milioni di Mastro don Gesualdo padani, che temono di essere fregati più di quanto aspirino a fregare il prossimo. Dall’altra c’è quella italoforzuta che del leghismo è la variante ottimista, che le studia tutte per conquistare meschini vantaggi per sé e per i suoi, anche minimi, anche a costi umani altissimi, anche a costo della disgregazione del paese. Entrambe le ali hanno bisogno del nemico.
In principio i nemici furono i lavoratori meridionali, che puzzavano, perché costruivano col sudore del loro lavoro salariato a basso costo la ricchezza della nazione. Quindi fu Roma ladrona, che succhiava il sangue alla società padana perfetta, quella che risciacquava i panni nel dio Po e metteva le insegne delle strade in bergamasco come antidoto alla propria chiusura mentale. Poi furono gli immigrati extracomunitari, i negri. Quindi gli albanesi da incolpare dei più efferati delitti familiari. Ricordate Erica e Omar o Roberto Spaccino e tanti altri assassini che beneficiarono di fiaccolate col pilota automatico in loro difesa.
Quindi è stato il turno dei cinesi, quelli che violando i diritti dei lavoratori obbligavano controvoglia gli imprenditori padani (perfino gli assessori leghisti, come abbiamo appreso in questi giorni) a fare altrettanto e a modificare in peggio i rapporti di produzione a quegli stessi docili lavoratori che poi votano Lega. E se non ci credevano allora la colpa era dell’Europa, e dell’Euro di Prodi. Gestito da Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi l’Euro di Prodi divenne il più grande trasferimento di risorse della storia dai lavoratori salariati a quelli autonomi. Tra poco sarà il secondo più grande, superato dal federalismo fiscale. Basta dar la colpa ad altri e ripeterlo goebblesianamente all’infinito.
Quindi è toccato ai romeni, i nuovi meridionali, i nuovi negri, i nuovi albanesi, che hanno l’aggravante di confondersi con i rom, gli zingari, i rapitori di bambini che mai nella storia hanno rapito un solo bambino. E se ricordi che la responsabilità penale resta personale il leghista medio ti disprezza con un sorriso beota come fossi l’ultimo Azzeccagarbugli.
Al di sopra dei romeni ci sono solo loro: i più odiati, i musulmani, tutti terroristi, che non meritano nemmeno la costituzionale libertà di culto. Ma non importa chi è il nemico. Un nemico è necessario, un nemico serve sempre, come per George Bush. Un nemico qualsiasi, che fosse Saddam Hussein, Osama Bin Laden, Fidel Castro, Vladimir Putin o le patate fritte (alla francese, french fries, per gli statunitensi che le boicottavano). La logica è sempre quella, noi contro loro, mori e cristiani, noi i paesani di Pietro Maso siamo quelli sani, loro, i concittadini di Nicolae Mailat (l’assassino di Giovanna Reggiani), sono la malapianta da estirpare.
Noi contro loro perché è più facile da capire. Noi contro loro perché altrimenti non scatta la macchina del consenso. Noi contro loro perchè altrimenti i nodi del fallimento del neoliberismo verrebbero al pettine. Noi contro loro perché altrimenti dovremmo interrogarci sui limiti della nostra modernità, sulla perdita di valori, cultura, coscienza civile. Noi contro loro nell’illusione che il problema possa essere espulso e noi si possa riprendere la nostra età dell’oro bucolica interrotta dall’irruzione dello straniero.
Noi contro loro perfino quando la logica si ribalta, politica contro antipolitica e viceversa. Noi lavoratori autonomi che, come vuole Renato Brunetta, mandiamo avanti la baracca, contro loro, gli statali, i lavoratori dipendenti, i mangiapane a tradimento, i fannulloni da colpire, come se poi ci fossero famiglie dove entrambe le tipologie, autonomi e dipendenti, non convivano come convivevano serbi e croati prima di essere indotti a scannarsi tra loro.
Adesso, che l’obbiettivo è imporre il federalismo, si ritorna all’antico: tra tutti quanti, gira gira, è sempre il meridionale l’invasore più odiato, anche a costo di perdere qualche voto al Sud. Non sono i tagli del governo all’educazione a far diminuire la qualità della scuola -ha sostenuto Mariastella Gelmini- ma è la carta d’identità dei docenti la tara ereditaria, il cromosoma impazzito che segna il destino della scuola pubblica da smantellare.
Gli insegnanti meridionali sono cattivi, quelli settentrionali sono buoni, ne sono convinti in tutti i bar di Gallarate. Come per le medaglie olimpiche, che i meridionali alla fine hanno vinto in proporzioni simili ai settentrionali, nonostante abbiano meno piscine, meno palestre, meno stadi e meno opportunità, fa capolino la razza. La razza padana è più sana, più atletica, più lavoratrice, ed è circondata da popoli inferiori da schiavizzare nei capannoni, e da dominare, slavi, napoletani, africani, arabi. Mancano solo gli ebrei, ma per ora. Questo si chiama razzismo; smentite e fraintendimenti non contano.
E’ così idiota la pretesa della Ministra Mariastella Gelmini di classificare i docenti in base alla carta d’identità e non in base ai titoli e al lavoro, che non varrebbe neanche la pena di essere commentata, se non con una richiesta in aula di dimissioni immediate da parte dell’opposizione. Richiesta di dimissioni che non arriverà. E’ così idiota ma è l’ennesima cortina di fumo che abbiamo già segnalato, per nascondere i tagli e lo smantellamento della scuola pubblica. Chi scrive ha più volte denunciato come emergenza nazionale il fatto che un numero importante di insegnanti (meridionali e settentrionali) non meritino la cattedra, precaria o di ruolo, sulla quale siedono ed ha anche indicato un rimedio così drastico che nessun ministro metterà mai in pratica: giudicare ed espellere dalla scuola gli inefficienti. Ciò perché il paese forse si può permettere degli impiegati fannulloni, ma non può permettersi degli insegnanti seduti e senza stimoli.
Ammettiamo pure, ma non concediamo, che gli insegnanti meridionali delle scuole settentrionali siano migliori degli insegnanti meridionali delle scuole meridionali ma, proprio i dati OCSE-Pisa che cita il Ministro (disponibili a p. 2 del quotidiano la Repubblica) la smentiscono. Offro pochi numeri cercando di non complicare il ragionamento. Nello studio della matematica la media nazionale ha un coefficiente di 462 punti. La provincia di Bolzano è in testa con 513 punti e la Sicilia in coda con 423 punti. A guardar bene questi dati ciò vuol dire che la provincia di Bolzano, la migliore, ha una media di appena l’11% migliore di quella nazionale mentre quella peggiore, la Regione Sicilia è dell’8% inferiore alla media nazionale. Ovvero sono dati notevolmente coesi, molto più coesi della maggior parte dei dati che dividono Nord e Sud. Se parlassimo di reddito, per esempio, la questione meridionale in queste proporzioni sarebbe un ricordo o quasi.
Le conclusioni che se ne possono trarre sono varie, compresa quella che sono gli insegnanti meridionali a frenare le scuole settentrionali, ma emerge invece soprattutto il valore unificante che persiste nella scuola pubblica. Nonostante le differenze di reddito, di disponibilità di libri, di computer, di connessioni Internet, di occasioni di cultura, di strutture, laboratori, palestre siano tutte abissalmente a favore degli studenti del Nord, proprio la scuola meridionale, che fa le nozze con i fichi secchi, se non ancora con doppi turni e altre carenze croniche, tampona e rende minimo il ritardo, solo l’8% in meno nel caso peggiore (ma appena -4% la Lucania, -4.5% la Campania). Un vero miracolo questa scuola pubblica meridionale, che non abbassa la testa, sulla quale investire per ripartire e non tagliare, come invece vuol fare il governo coloniale padano installato a Roma con il beneplacito di quasi tutti gli italiani.
A parità di risorse e di contesto, la scuola meridionale è dunque paradossalmente più efficiente di quella settentrionale. Faceva notare il preside di un Liceo trentino che invitò un paio d’anni fa chi scrive per una conferenza, che la sua scuola aveva un bilancio triplo (1.5 milioni contro 0,5 milioni di Euro) rispetto a strutture equivalenti nel resto d’Italia. Se questo triplo di risorse si converte in appena un +11% allora è mal speso e chi invece fa nozze con i fichi secchi e riesce a restare indietro di appena una spanna, ha tutta la mia ammirazione.
La rozzezza della Gelmini serve una volta di più a nascondere il dramma: la scuola italiana va male perché ha sempre meno soldi, risorse, strutture, di quelle dei paesi dell’Europa Occidentale con i quali dovremmo competere, non perché gli insegnanti sono nati a Sud del Garigliano e del Tronto. Quella meridionale ha ancora meno soldi e viene tenuta in piedi da migliaia di eroici docenti (dai quali sottrarre una percentuale di sciagurati, che ci sono anche al Nord e verso i quali non si dovrebbero fare prigionieri). La scuola italiana e meridionale va male e andrà peggio perché la Ministra, che non conta nulla, è lì solo per coprire gli ulteriori tagli imposti all’educazione da chi veramente conta, Giulio Tremonti.
Questo deve disperatamente far cassa per quell’enorme piano Marshall in favore dei ricchi che sarà il federalismo fiscale con il quale Berlusconi pagherà la sua tangente a Umberto Bossi e al Nord contro il Centro e il Sud del paese. La cortina di fumo federalista è già pronta. Siamo tutti federalisti e sempre più spesso trovi conversi progressisti dialoganti sulla via di Garlasco: “sì, dateci solo la metà dei soldi, solo così impareremo a gestirli meglio”, come se davvero credessimo che i trasferimenti Stato-Regioni fossero una concessione del Nord al Sud, e come se facessimo finta di non capire che la conseguenza sarebbe in molte regioni la chiusura di scuole e ospedali e la scomparsa dello Stato dal territorio.
La Gelmini è costretta ad alzare un polverone alla settimana per far polemizzare sul nulla o quasi nulla destra e sinistra, come per il grembiule o il 7 (o 5) in condotta. E’ un gioco che abbiamo già scoperto. E invece bisognerebbe parlare di cose serie, per esempio di un partito unionista, apertamente antifederalista, che rivendichi le ragioni unitarie di un’Italia che dal federalismo ha solo da perdere. Siamo davvero così sicuri di essere tutti federalisti? Per contarci si potrebbe cominciare dal non dialogare con chi vuole distruggere la scuola pubblica, chiedendo le dimissioni della razzista Gelmini.
Giornalismo partecipato di Gennaro Carotenuto

Lettera di una studentessa

«Ecco come i tagli del governo condannano a morte l'Università»
«Penalizzati i giovani e le menti migliori, licenziati i precari. Si va verso una veloce privatizzazione»

Gentili giornalisti della redazione di corriere.it, sono una studentessa presso l'Università di Pisa, ho letto i vostri articoli sulle proteste studentesche e ci terrei a fare qualche precisazione in merito.Le nostre proteste non sono soltanto di solidarietà nei confronti del mondo della scuola contro il decreto Gelmini ma nascono come reazione alla nuova legge Finanziaria presentata dal ministro Tremonti, legge (già approvata nella Camera ma di prossima discussione in Senato) che sancisce una esplicita condanna a morte dell'Università pubblica. Mi spiego meglio.La legge 133/2008 (conversione del DL 112/2008, che si può leggere integralmente all''indirizzo http://www.camera.it/parlam/leggi/08133l.htm) prevede quanto segue:- una riduzione annuale fino al 2013 del Fondo di Finanziamento Ordinario di 467 milioni di euro (taglio del 6%);- un taglio del 46% sulle spese di funzionamento;- una riduzione del turn /over al 20% per l'Università (cioè: su 5 docenti che vanno in pensione al più 1 nuovo ricercatore potrà essere assunto) nel periodo 2009-2013 (in termini finanziari -64 milioni di euro nel 2009, -190 milioni di euro nel 2010, - 316 milioni di euro nel 2011, - 417 milioni di euro nel 2012, -455 milioni di euro nel 2013);- un taglio complessivo di quasi 4 miliardi di euro in 5 anni;- l'istituzione di un percorso burocratico che permetta la trasformazione delle Università pubbliche in Istituti privati.
Chi conosce il mondo dell'università sa che i tagli dei primi 4 punti sono tali da ridurre in ginocchio qualsiasi Università pubblica. Fra 2 anni (non dico 10 ma 2!!!) la mia Università non sarà più in grado di sostenersi economicamente: o vi sarà chiusura o privatizzazione.Cito dal documento ufficiale prodotto dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Pisa (che potete leggerlo da voi sul sito del dipartimento di filosofia: http://www.fls.unipi.it/):«Gli effetti combinati dell'art.49 della Legge 133/2008 (divieto di ricorrere al medesimo lavoratore con più tipologie contrattuali per periodi di servizio superiori al triennio nell'ultimo quinquennio), e del 37-bis inserito nel ddl 1441 in corso d'approvazione parlamentare, (cancellazione della procedura delle stabilizzazioni) produrranno il blocco delle forme contrattuali a tempo determinato in enti dove la frequenza di concorsi è scarsa e il licenziamento in tronco (dopo tre mesi dall'eventuale entrata in vigore del ddl 1441) di chi aveva già ricevuto garanzie dallo Stato di un percorso per andare a stabilizzare la propria attività professionale.
Le misure descritte mettono a rischio il normale esercizio della didattica e della ricerca nelle università e nei centri di ricerca, aggravano il problema del numero e della media anagrafica del personale, tradiscono gli accordi europei e il dettato costituzionale sulla necessità della natura pubblica dell'istruzione, compresa quella universitaria». Noi vogliamo che il diritto allo studio resti un diritto di tutti (e non solo dei cittadini più abbienti!). Non possiamo tollerare una legge che è dichiaratamente contro i giovani (al massimo 1 assunzione ogni 5 pensionamenti!), che di fatto è una condanna all'esilio all'estero per le nostre menti migliori e risolve il problema del precariato licenziando i precari. È per questo che gli studenti universitari di Pisa e del resto d'Italia stanno manifestando e protestando.
Non so se vi risultino chiare le conseguenze della combinazione legge Tremonti-decreto Gelmini, attingo alla mia vicenda personale per farvi un esempio:io ho 24 anni, a 19 anni ho vinto una borsa di studio per "giovani talenti" bandita dall'Istituto nazionale di Alta matematica di Roma, ho conseguito una laurea triennale in Matematica con il massimo dei voti, conseguirò quest'anno la Laurea Specialistica. Amo quello che studio e vorrei che il mio lavoro potesse risultare utile alla collettività. Ebbene, grazie al decreto Gelmini (chiusura delle SISS e blocco delle graduatorie scolastiche) non potrò trasmettere ai ragazzi le conoscenze che ho acquisito, grazie alla legge 133 (turn-over al 20%) mi è preclusa ogni possibilità di entrare nel mondo della ricerca in Italia. Che ne sarà di me? Se voglio rimanere a lavorare in Italia posso solo mettere la mia testa al servizio di qualche banca o di qualche produttore di software privati. Oppure alzo i tacchi e me ne vado.Non è solo la mia storia questa ma quella di tutti gli studenti (più di 200.000 fra le sole università di Pisa, Siena e Firenze) che in questi giorni sono in agitazione (agitazione che nel caso dell'università di Pisa dura da ben 2 settimane, come potrete notare guardando http://133.anche.no/foto/ e leggendo http://133.anche.no/ ).
Concludo questa mia lunghissima email chiedendovi di denunciare nel vostro giornale anche la nostra situazione che riteniamo pari alla vicenda della scuola quanto a gravità e ad interesse pubblico. Venite nelle università ad incontrarci!
Con fiducia,V. D.